Ecco un primo video non ufficiale. Allenamento al Chhukung Ri, 5555 metri. Unplugged.
> Unplugged Chhukhung Ri 5555m
Have fun.
Emilio
venerdì 2 ottobre 2009
mercoledì 30 settembre 2009
GIRA LA PALLA, GIRA.
Se scalare una montagna di 8000 metri e farci allegramente sopra dello snowboard fosse una cosa semplice, ci sarebbe la fila al campo base delle 14 montagne più alte della terra. E invece no. Non c'è nessuno, o quasi. Serve un sacco di pazienza, non solo per organizzare e pianificare l'operazione, ma anche per tentare di realizzarla. Serve mettersi in gioco senza riserve, in ogni senso. Serve mettere a punto i propri materiali. Serve lavorare a un progetto che contempli anche la comunicazione, a meno che uno sia ricco di famiglia e possa godersi il lusso di farne a meno; oppure che rompa il porcellino salvadanaio in nome di un sogno himalayano "per una volta nella vita". Serve allenarsi seriamente. Poi, infine, serve acclimatarsi, cosa forse più importante di tutte. Quello che ho fatto in questi giorni qui a Chhukung, a 4740 metri di quota.
E' la prima volta che vengo nella valle del Khumbu, in Nepal, per prepararmi a una salita. Aveva ragione Simone, lui fa sempre così, è il modo più efficace che si possa immaginare per preparare il proprio organismo all'altissima quota. Ora tutto sarebbe pronto per andare al campo base del Cho Oyu e finalizzare tutto il lavoro fatto fin'ora. Ieri sono salito da qui dove vivo e mi alleno da quasi 2 settimane, ai 5555 metri del Chhukung Ri impiegando in 1 ora e 2 minuti. Appena arrivato qui ci avevo messo quasi il doppio del tempo. Alcuni giorni fa siamo saliti sull'Island Peak quasi di corsa, e abbiamo dormito appena sotto la cima a 6100 metri. Mai stato così bene in quota. Tutto sembra pronto.
Tranne una cosa: la mia montagna,il Cho Oyu. In questi giorni ricorre il 60esimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese, ed il governo Cinese ha deciso di chiudere le frontiere del Tibet. Senza preavviso. Non importa se io e i miei compagni abbiamo in mano un visto d'ingresso firmato da svariate settimane. Non importa se noi siamo solo alpinisti e ci accontenteremmo di andare al campo base per scalare la nostra montagna. Non importa se sul visto che abbiamo in mano c'è scritto che possiamo entrare in Tibet il 1° ottobre. Non importa se noi siamo già qui in Nepal, come da programma, con una lettera di invito della CTMA per la scalata al Cho Oyu regolarmente pagato. Non importa niente di tutto questo. Non potremo entrare in Tibet prima del 10 di ottobre e dovremmo poi uscire il 28, sempre come c'è scritto sul permesso. Io dovrei anche rientrare in bici.
Nemmeno Batman può pensare di scalare una montagna di 8000 metri (e farci allegramente sopra dello snowboard, come nel mio caso) in 10 giorni. Tre o quettro giorni servono per i trasferimenti e il montaggio del campo base e 2 o 3 almeno per il rientro in bici a Kathmandu.
E allora io e i miei compagni resteremo un po' qui in Nepal e poi rientreremo a casa, senza andare al Cho Oyu. Torneremo l'anno prossimo con lo stesso progetto multisportivo, non solo per scalare una montagna. Io e i miei compagni siamo gente civile e atleti professionisti. Andare in montagna è il nostro lavoro e la nostra passione. Non c'è proprio niente che io, Hervè, Simone e Lizzy possiamo fare per cambiare lo stato delle cose. Portiamo pazienza. Pensiamo a qualche altro progetto. Certo, ci girano un po'anzi parecchio, quello si...
E' la prima volta che vengo nella valle del Khumbu, in Nepal, per prepararmi a una salita. Aveva ragione Simone, lui fa sempre così, è il modo più efficace che si possa immaginare per preparare il proprio organismo all'altissima quota. Ora tutto sarebbe pronto per andare al campo base del Cho Oyu e finalizzare tutto il lavoro fatto fin'ora. Ieri sono salito da qui dove vivo e mi alleno da quasi 2 settimane, ai 5555 metri del Chhukung Ri impiegando in 1 ora e 2 minuti. Appena arrivato qui ci avevo messo quasi il doppio del tempo. Alcuni giorni fa siamo saliti sull'Island Peak quasi di corsa, e abbiamo dormito appena sotto la cima a 6100 metri. Mai stato così bene in quota. Tutto sembra pronto.
Tranne una cosa: la mia montagna,il Cho Oyu. In questi giorni ricorre il 60esimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese, ed il governo Cinese ha deciso di chiudere le frontiere del Tibet. Senza preavviso. Non importa se io e i miei compagni abbiamo in mano un visto d'ingresso firmato da svariate settimane. Non importa se noi siamo solo alpinisti e ci accontenteremmo di andare al campo base per scalare la nostra montagna. Non importa se sul visto che abbiamo in mano c'è scritto che possiamo entrare in Tibet il 1° ottobre. Non importa se noi siamo già qui in Nepal, come da programma, con una lettera di invito della CTMA per la scalata al Cho Oyu regolarmente pagato. Non importa niente di tutto questo. Non potremo entrare in Tibet prima del 10 di ottobre e dovremmo poi uscire il 28, sempre come c'è scritto sul permesso. Io dovrei anche rientrare in bici.
Nemmeno Batman può pensare di scalare una montagna di 8000 metri (e farci allegramente sopra dello snowboard, come nel mio caso) in 10 giorni. Tre o quettro giorni servono per i trasferimenti e il montaggio del campo base e 2 o 3 almeno per il rientro in bici a Kathmandu.
E allora io e i miei compagni resteremo un po' qui in Nepal e poi rientreremo a casa, senza andare al Cho Oyu. Torneremo l'anno prossimo con lo stesso progetto multisportivo, non solo per scalare una montagna. Io e i miei compagni siamo gente civile e atleti professionisti. Andare in montagna è il nostro lavoro e la nostra passione. Non c'è proprio niente che io, Hervè, Simone e Lizzy possiamo fare per cambiare lo stato delle cose. Portiamo pazienza. Pensiamo a qualche altro progetto. Certo, ci girano un po'anzi parecchio, quello si...
domenica 20 settembre 2009
ALPINIST['s]
To be a mountaineer is a singular occupation. We, as alpinists, aren't true athletes, because if we want to succeed in our expeditions and to be ready to climb an 8000 meters peak, to be just one athlete is not enough. We need to be something more.
As athletes we spend months doing our training and trying to get acclimatized before coming here; we spend hours and hours running uphill (or riding a bike, like I love to do) and climbing. All year long we try to stay healthy, to sleep as much as we can and to breath clean air. Then, the last week at home before we leave, arrive. In this lasts days before the beginning of an expedition, I normally go crazy. I almost forget I am an athlete. I have to be, at the same time: an engineer, a cook, a truck driver, a mechanic, a pharmacist, a physiologist, a sherpa, a custom officer, an electronic engeneer, a cameramen, a writer, a journalist, and eventually a husband and a father of three. The last few days before coming here, there are so many things to do that sometimes I forget the true reason why I'm working so hard. Why I'm packing and packing and carrying loads and driving everywhere, instead to do properly, at the right time of the day, my training?
When I land in Kathmandu, which is one of the most chaotic and polluted town of the world, I spend my free time in town hanging around Thamel like a zombie, waiting for the moment when I will take off for mountains and kick some asses.
Finally today I've escaped the city, we are in the mountains now.
Today I walked from Lukla to Phakding. We are finally in the Himalayas. Today I've smelled the monsoon fog in Lukla, I've heard the noise of the Dudh Koshi, I saw the green of the forest and I've enjoyed the trek talking and laughing and laughing with Simone.
Now I remember why I'm here.
Because when I'm in the mountains with my friends, I'm happy.
As athletes we spend months doing our training and trying to get acclimatized before coming here; we spend hours and hours running uphill (or riding a bike, like I love to do) and climbing. All year long we try to stay healthy, to sleep as much as we can and to breath clean air. Then, the last week at home before we leave, arrive. In this lasts days before the beginning of an expedition, I normally go crazy. I almost forget I am an athlete. I have to be, at the same time: an engineer, a cook, a truck driver, a mechanic, a pharmacist, a physiologist, a sherpa, a custom officer, an electronic engeneer, a cameramen, a writer, a journalist, and eventually a husband and a father of three. The last few days before coming here, there are so many things to do that sometimes I forget the true reason why I'm working so hard. Why I'm packing and packing and carrying loads and driving everywhere, instead to do properly, at the right time of the day, my training?
When I land in Kathmandu, which is one of the most chaotic and polluted town of the world, I spend my free time in town hanging around Thamel like a zombie, waiting for the moment when I will take off for mountains and kick some asses.
Finally today I've escaped the city, we are in the mountains now.
Today I walked from Lukla to Phakding. We are finally in the Himalayas. Today I've smelled the monsoon fog in Lukla, I've heard the noise of the Dudh Koshi, I saw the green of the forest and I've enjoyed the trek talking and laughing and laughing with Simone.
Now I remember why I'm here.
Because when I'm in the mountains with my friends, I'm happy.
martedì 25 agosto 2009
C'E', UN PERCHE'
Ricordo esattamente, come fosse ora, il giorno in cui per la seconda volta me ne sono andato dal campo base del Cho Oyu. Erano grossomodo le cinque e mezza della mattina. La partenza era fissata per le sette, ma la voglia di andare via era talmente tanta, che alle cinque in punto ero in piedi fuori dalla tenda del mio compagno Zaffa con lo zaino sulle spalle.
Voltato verso valle stavo fermo immobile, in silenzio, in attesa che finisse di ripiegare la sua tenda e di metterla nel bidone. Volevo andare via. Non c'èra alcuna possibilità di provare ancora una volta la cima per via del permesso in scadenza e quei pochi giorni residui al CB erano inutili per fare qualsiasi cosa, sembravano una specie di presa in giro. Ero come prigioniero del tempo. In quel mese che stava per concludersi i giorni trascorsi al vento e sotto la neve bloccati al campo base mi erano sembrati infiniti, eppure alla fine della spedizione non ne erano rimasti abbastanza. Tutta colpa di una data sbagliata sul nostro permesso di scalata. Un timbro di inchiostro rosso su un foglio di carta sgualcita, la ragione più stupida del mondo per terminare una spedizione. Con una ora e mezza di anticipo sul programma, all'alba, senza fare colazione costrinsi Zaffa e gli altri a partire. Iniziammo a camminare in discesa e c'era un silenzio irreale tra noi, tra me e gli altri tre compagni, che scendevano a valle. Io ero in testa al gruppo e stavo correndo, letteralmente correndo giù per la morena. Il Cho Oyu nella penombra del giorno che inizia era alle mie spalle. Forse gli altri provavano lo stesso desiderio di andare via, perché cominciarono a correre anche loro. Sentivo il loro respirare affannato, lo scricchiolare secco e gelido del gore-tex delle loro giacche a vento e il suono dei passi di corsa alle mie spalle. Vedevo le luci delle loro frontali giocare con la mia ombra davanti a me. Era freddo, l'aria trasparente e cristallina, il fondovalle ancora buio e in alto la cima della montagna era certamente di già al sole. Il cielo sopra noi era azzurro e galleggiava sul buio del fondovalle. Una giornata perfetta per la cima. Guardare il Cho Oyu doveva essere uno spettacolo da togliere il fiato, ma io non mi girai mai a guardarlo, nemmeno una volta. Nemmeno per un secondo. Vaffanculo. Correvo verso valle e fissavo unicamente i miei piedi muoversi sul sentiero, il mio non era un ritorno, stavo scappando.
Ad un certo punto arrivai in corrispondenza di una grande pietra, un enorme masso morenico davanti a cui il sentiero svolta secco a destra e scende più ripido. Sapevo esattamente che quello era l'ultimo punto per vedere il Cho Oyu così come lo si può vedere soltanto dal campo base. Andare oltre significava abbandonare l’atmosfera senza tempo del campo base, uscire per sempre dal palcoscenico dalla mia piccola storia con quella grande montagna. In quell’istante, all’improvviso, mi venne in mente mio padre nel giorno in cui lo accompagnai all'ospedale dove andava a morire. Sapevo esattamente che non sarebbe più tornato a casa e credo che lo sapesse anche lui. Era debole e magro, stava a letto da qualche mese con delle metastasi al fegato e si reggeva a malapena sulle gambe. Ricordo la sua mano magra e scavata afferrare la ringhiera delle scale e stringerla. Con l’altra mano si appoggiava al muro nel tentativo di fare tutto da solo, capii che non voleva essere aiutato. Esitò per qualche istante sul pianerottolo, poi alzò lo sguardo e guardò fuori dal lucernario delle scale per qualche interminabile secondo, anche quella era una gelida mattina fredda d'inverno. Avvertivo il frusciare del suo respiro, io ero lì dietro di lui, al posto dove un figlio deve stare, un passo indietro. Lo vidi iniziare a scendere le scale quasi di corsa, sembrava un gesto impossibile e pazzo per uno che si regge a malapena in piedi. Lo osservavo sbalordito. La coordinazione dei movimenti era perfetta per quanto il suo cancro si fosse divorato tutti i suoi muscoli. Controllai bene e vidi che mio padre non alzò mai lo sguardo verso la porta di ingresso della sua casa, nemmeno quando la rampa di scale cambiando direzione lo obbligò a girarsi. Non si voltò mai indietro, mai, fissava solo i suoi piedi. Fece tutto da solo e scese di corsa senza voler essere aiutato tutti i centoquattordici gradini che conducevano a terra poi, con dignità, prima di uscire in strada si lasciò aiutare da me e da mia mamma. Era esausto, svuotato di tutte le energie.
Nella mia mente lui è morto lì, in quel momento, tutto il resto è stata distaccata e silenziosa agonia. Il suo era un tentativo di fuga dal destino inevitabile. Oppure un test, scendere quelle scale doveva essere grossomodo come scalare una delle tante montagne che aveva salito in vita sua. O forse, più semplicemente, era desiderio di giungere alla sua destinazione finale il prima possibile. Comunque fosse, stava scappando. Quel giorno in discesa dal campo base del Cho Oyu pensai a mio padre e a quella storia o meglio a quella sensazione di ultima volta e di impotenza che si impadronì di me per una frazione di secondo e allora mi fermai. Esitai per qualche secondo davanti a quella gigantesca roccia morenica e poi mi voltai verso monte. Sollevai lo sguardo ed il Cho Oyu era lì, immenso, scintillante in una luce quasi irreale. Anche i miei compagni si fermarono e si girarono. Restammo tutti e quattro in silenzio per qualche secondo, forse per qualche minuto, non so. In quell'istante, per davvero, il tempo si era fermato. Appena ripresi a scendere, senza mai più voltarmi e senza mai parlare, una domanda cominciò a ronzarmi nella testa: "Tornerai ancora, qui?” "Tornerai ancora, qui?”.
Da allora tante cose sono successe, ho scalato e fatto snowboard su tante altre montagne, i miei figli sono cresciuti, mi sono occupato di tante cose belle e interessanti. Nel tempo ho imparato a mettere da parte l'urgenza di dare una risposta a quella e a tante altre domande, diluendo l’insuccesso di una spedizione in tante buone ragioni per considerare le montagne semplicemente per quello che sono: ammassi di roccia, neve e ghiaccio. Siamo noi che ne facciamo qualcosa di speciale, se riusciamo a comprendere la storia che ci lega a loro, indipendentemente dal punto più alto che riusciamo a raggiungere. La mia storia personale passa di là, davanti a quel gigantesco masso morenico ai piedi del Cho Oyu. Per questo anche se a qualcuno può sembrare stupido o strano o senza senso torno per la terza volta sulla stessa montagna: perché ho capito che io sono la mia storia.
E’ là che devo andare, adesso.
Voltato verso valle stavo fermo immobile, in silenzio, in attesa che finisse di ripiegare la sua tenda e di metterla nel bidone. Volevo andare via. Non c'èra alcuna possibilità di provare ancora una volta la cima per via del permesso in scadenza e quei pochi giorni residui al CB erano inutili per fare qualsiasi cosa, sembravano una specie di presa in giro. Ero come prigioniero del tempo. In quel mese che stava per concludersi i giorni trascorsi al vento e sotto la neve bloccati al campo base mi erano sembrati infiniti, eppure alla fine della spedizione non ne erano rimasti abbastanza. Tutta colpa di una data sbagliata sul nostro permesso di scalata. Un timbro di inchiostro rosso su un foglio di carta sgualcita, la ragione più stupida del mondo per terminare una spedizione. Con una ora e mezza di anticipo sul programma, all'alba, senza fare colazione costrinsi Zaffa e gli altri a partire. Iniziammo a camminare in discesa e c'era un silenzio irreale tra noi, tra me e gli altri tre compagni, che scendevano a valle. Io ero in testa al gruppo e stavo correndo, letteralmente correndo giù per la morena. Il Cho Oyu nella penombra del giorno che inizia era alle mie spalle. Forse gli altri provavano lo stesso desiderio di andare via, perché cominciarono a correre anche loro. Sentivo il loro respirare affannato, lo scricchiolare secco e gelido del gore-tex delle loro giacche a vento e il suono dei passi di corsa alle mie spalle. Vedevo le luci delle loro frontali giocare con la mia ombra davanti a me. Era freddo, l'aria trasparente e cristallina, il fondovalle ancora buio e in alto la cima della montagna era certamente di già al sole. Il cielo sopra noi era azzurro e galleggiava sul buio del fondovalle. Una giornata perfetta per la cima. Guardare il Cho Oyu doveva essere uno spettacolo da togliere il fiato, ma io non mi girai mai a guardarlo, nemmeno una volta. Nemmeno per un secondo. Vaffanculo. Correvo verso valle e fissavo unicamente i miei piedi muoversi sul sentiero, il mio non era un ritorno, stavo scappando.
Ad un certo punto arrivai in corrispondenza di una grande pietra, un enorme masso morenico davanti a cui il sentiero svolta secco a destra e scende più ripido. Sapevo esattamente che quello era l'ultimo punto per vedere il Cho Oyu così come lo si può vedere soltanto dal campo base. Andare oltre significava abbandonare l’atmosfera senza tempo del campo base, uscire per sempre dal palcoscenico dalla mia piccola storia con quella grande montagna. In quell’istante, all’improvviso, mi venne in mente mio padre nel giorno in cui lo accompagnai all'ospedale dove andava a morire. Sapevo esattamente che non sarebbe più tornato a casa e credo che lo sapesse anche lui. Era debole e magro, stava a letto da qualche mese con delle metastasi al fegato e si reggeva a malapena sulle gambe. Ricordo la sua mano magra e scavata afferrare la ringhiera delle scale e stringerla. Con l’altra mano si appoggiava al muro nel tentativo di fare tutto da solo, capii che non voleva essere aiutato. Esitò per qualche istante sul pianerottolo, poi alzò lo sguardo e guardò fuori dal lucernario delle scale per qualche interminabile secondo, anche quella era una gelida mattina fredda d'inverno. Avvertivo il frusciare del suo respiro, io ero lì dietro di lui, al posto dove un figlio deve stare, un passo indietro. Lo vidi iniziare a scendere le scale quasi di corsa, sembrava un gesto impossibile e pazzo per uno che si regge a malapena in piedi. Lo osservavo sbalordito. La coordinazione dei movimenti era perfetta per quanto il suo cancro si fosse divorato tutti i suoi muscoli. Controllai bene e vidi che mio padre non alzò mai lo sguardo verso la porta di ingresso della sua casa, nemmeno quando la rampa di scale cambiando direzione lo obbligò a girarsi. Non si voltò mai indietro, mai, fissava solo i suoi piedi. Fece tutto da solo e scese di corsa senza voler essere aiutato tutti i centoquattordici gradini che conducevano a terra poi, con dignità, prima di uscire in strada si lasciò aiutare da me e da mia mamma. Era esausto, svuotato di tutte le energie.
Nella mia mente lui è morto lì, in quel momento, tutto il resto è stata distaccata e silenziosa agonia. Il suo era un tentativo di fuga dal destino inevitabile. Oppure un test, scendere quelle scale doveva essere grossomodo come scalare una delle tante montagne che aveva salito in vita sua. O forse, più semplicemente, era desiderio di giungere alla sua destinazione finale il prima possibile. Comunque fosse, stava scappando. Quel giorno in discesa dal campo base del Cho Oyu pensai a mio padre e a quella storia o meglio a quella sensazione di ultima volta e di impotenza che si impadronì di me per una frazione di secondo e allora mi fermai. Esitai per qualche secondo davanti a quella gigantesca roccia morenica e poi mi voltai verso monte. Sollevai lo sguardo ed il Cho Oyu era lì, immenso, scintillante in una luce quasi irreale. Anche i miei compagni si fermarono e si girarono. Restammo tutti e quattro in silenzio per qualche secondo, forse per qualche minuto, non so. In quell'istante, per davvero, il tempo si era fermato. Appena ripresi a scendere, senza mai più voltarmi e senza mai parlare, una domanda cominciò a ronzarmi nella testa: "Tornerai ancora, qui?” "Tornerai ancora, qui?”.
Da allora tante cose sono successe, ho scalato e fatto snowboard su tante altre montagne, i miei figli sono cresciuti, mi sono occupato di tante cose belle e interessanti. Nel tempo ho imparato a mettere da parte l'urgenza di dare una risposta a quella e a tante altre domande, diluendo l’insuccesso di una spedizione in tante buone ragioni per considerare le montagne semplicemente per quello che sono: ammassi di roccia, neve e ghiaccio. Siamo noi che ne facciamo qualcosa di speciale, se riusciamo a comprendere la storia che ci lega a loro, indipendentemente dal punto più alto che riusciamo a raggiungere. La mia storia personale passa di là, davanti a quel gigantesco masso morenico ai piedi del Cho Oyu. Per questo anche se a qualcuno può sembrare stupido o strano o senza senso torno per la terza volta sulla stessa montagna: perché ho capito che io sono la mia storia.
E’ là che devo andare, adesso.
mercoledì 6 maggio 2009
L'OMBRA DEL SETTIMO SPIT.
Ho letto oggi su Planetmountain restando in bilico tra ilarità e tristezza la news intitolata "Spit sull'Everest", chiedendomi francamente quale è il destino dell'alpinismo che con accanimento ci ostiniamo a raccontare tra noi appassionati. Si perchè senza delle storie autentiche e qualcuno che si prende la briga di raccontarle, l'alpinismo sarebbe solo ed esclusivamente il modo più scomodo che conosco per fare della ginnastica in alta quota.
Ho letto nella news in questione che il mio amico Willie Benegas ha fissato 6 spit a 7700 metri sulla fascia gialla dell'Everest con lo scopo di snellire il traffico degli alpinisti in salita e in discesa sulla via normale dal versante nepalese. Va bè, dico, non è questo il momento di scandalizzarsi, tutto sommato passano di lì almeno 600 persone tutte le primavere, è evidente che si tratta di lavoro di routine e che per risvegliare dal coma profondo l'audience alpinistica più nostalgica e conservatrice ci si vuole a tutti i costi ricamare una notizia sopra.
Il livello della news mi sembra lo stesso del servizio sulla donna più tettona del mondo a Verissimo su Canale 5, comunque non importa. Continuo a leggere: "Il progetto prevede inoltre di fissare nuove corde fisse lungo tutta la via" e intanto mi immagino Willie al lavoro con il piantaspit sulla fascia gialla, animato dalla sua solerte razionalità di lavoratore argentino trapiantato in America. Immagino che per fissare quei 6 spit abbia utilizzato la stessa distaccata sollecitudine con cui durante l'inverno bonifica dal pericolo valanghe il Mineral Basin di Snowbird, in Utah, lanciando candelotti di dinamite giù per i pendii. In fondo lì a Snowbird ci vanno delle persone a sciare che hanno pagato un servizio e un biglietto e lui è lì per fare uno sporco lavoro - fa la Guida e lo Ski Patrol. Tutto di una normalità a cui siamo già abituati, mi pare. All'Everest succede grosso modo le stessa cosa che a Snowbird: c'è gente che lavora e gente che prova a divertirsi pagando un biglietto. C'è chi pianta spit e corde fisse e chi le usa. Qualcuno dice di non volerle, le corde fisse, ma poi le usa di nascosto. Idem con l'ossigeno o con le scalate fuori stagione o con le vie nuove che non tenta praticamente nessuno, comunque va bè, restiamo sul pezzo.
Perchè cercare di stupire, con titoli così, facendo della retorica da nido d'infanzia? "Spit sull'Everest", ma che cavolo di titolo?
Mi avrebbe indignato di più "Spit su Termintor", al Totoga, sulla leggendaria via di Manolo. A dire il vero "Spit sull'Everest" non funzionerebbe bene nemmeno come titolo di un libro. I libri ormai devono avere titoli composti, più musicali, più enigmatici. Più vendibili. Che so, "Il sesto spit", ad esempio. Sarebbe meglio settimo, il numero dispari fa sempre più figo e non impegna con un doppio indivisibile. Poche righe più avanti scopro che il lavoro è stato fatto con un trapano Hilti, niente piantaspit a mano. Nemmeno quello - perDio Willie - anche te. Va bè, tanto in fondo il buco per infilarci il tassello, in un modo o nell'altro, lo dovevano fare lo stesso.
Mi chiedo dove è la notizia, a questo punto.
Sono quasi in fondo all'articolo, le news in internet hanno sempre questa brevità così asettica che a volte mi chiedo se sono i fatti che cercano di propria iniziativa di accadere in forma didascalica; oppure se è per la necessità di riassumere i fatti in poche righe che storie da conoscere e da capire leggendo libri interi, per una vita intera, vanno perse per strada . Riprendo a leggere: "Fa riflettere questa notizia." Vero. Proseguo, siamo al fondo: "Ciò che ci sembra certo è che non saranno 6 spit a rendere l'Everest più facile o meno pericoloso, e questo vale soprattutto per gli “alpinisti” improvvisati." Perchè, per gli altri no? Mi faccio uno schema e cerco di capire.
Continuo, frase di chiusura: "Come è sicuro d'altra parte che a livello simbolico questi 6 spit mettono il sigillo (almeno sull'Everest) ad un'epoca. Un'epoca per la verità che sulla più grande montagna della terra sembra ormai essersi chiusa da molto tempo." Il ragionamento sulla carta (pardon, sullo schermo) non fa una grinza: l'alpinismo vero è già morto da un pezzo, in effetti. Il giornalismo di montagna, inclusi i Club Scrittori di Montagna, i Cardi d'Argento ed i Filmfestival finanziati dai soldi pubblici delle Regioni Autonome, anche.
Quattro anni fa, per l'esattezza il 14 maggio 2005, un Ecureuil AS350B3della Eurocopter pilotato da Didier Delsalle nel corso di un test di volo in altissima quota, è atterrato in cima all'Everest. Senza autorizzazione ufficiale del Governo Nepalese, dettaglio curioso. Come se un elicottero nepalese atterrasse in cima alla Cupola di S.Pietro senza permesso, per dire. E i giornali tacessero. I fatti non sono un mistero, c'è anche un video in rete.
Voi in questi quattro anni avete letto qualcosa di questo atterraggio sulle riviste di montagna? Qualche news nei siti internet italiani? Visto o sentito giornalisti indagare, chiedere spiegazioni, andare a fondo della cosa?
L'alpinismo di scoperta e il giornalismo di montagna sono virtualmente morti insieme, nello stesso giorno, il 14 maggio 2005. Peccato che buonaparte degli alpinisti e dei giornalisti di montagna fossero intenti a masturbarsi la mente con questioni etiche di portata ridicola.
Tipo i sei spit sull'Everest, appunto.
P&P.
Emilio Previtali
Ho letto nella news in questione che il mio amico Willie Benegas ha fissato 6 spit a 7700 metri sulla fascia gialla dell'Everest con lo scopo di snellire il traffico degli alpinisti in salita e in discesa sulla via normale dal versante nepalese. Va bè, dico, non è questo il momento di scandalizzarsi, tutto sommato passano di lì almeno 600 persone tutte le primavere, è evidente che si tratta di lavoro di routine e che per risvegliare dal coma profondo l'audience alpinistica più nostalgica e conservatrice ci si vuole a tutti i costi ricamare una notizia sopra.
Il livello della news mi sembra lo stesso del servizio sulla donna più tettona del mondo a Verissimo su Canale 5, comunque non importa. Continuo a leggere: "Il progetto prevede inoltre di fissare nuove corde fisse lungo tutta la via" e intanto mi immagino Willie al lavoro con il piantaspit sulla fascia gialla, animato dalla sua solerte razionalità di lavoratore argentino trapiantato in America. Immagino che per fissare quei 6 spit abbia utilizzato la stessa distaccata sollecitudine con cui durante l'inverno bonifica dal pericolo valanghe il Mineral Basin di Snowbird, in Utah, lanciando candelotti di dinamite giù per i pendii. In fondo lì a Snowbird ci vanno delle persone a sciare che hanno pagato un servizio e un biglietto e lui è lì per fare uno sporco lavoro - fa la Guida e lo Ski Patrol. Tutto di una normalità a cui siamo già abituati, mi pare. All'Everest succede grosso modo le stessa cosa che a Snowbird: c'è gente che lavora e gente che prova a divertirsi pagando un biglietto. C'è chi pianta spit e corde fisse e chi le usa. Qualcuno dice di non volerle, le corde fisse, ma poi le usa di nascosto. Idem con l'ossigeno o con le scalate fuori stagione o con le vie nuove che non tenta praticamente nessuno, comunque va bè, restiamo sul pezzo.
Perchè cercare di stupire, con titoli così, facendo della retorica da nido d'infanzia? "Spit sull'Everest", ma che cavolo di titolo?
Mi avrebbe indignato di più "Spit su Termintor", al Totoga, sulla leggendaria via di Manolo. A dire il vero "Spit sull'Everest" non funzionerebbe bene nemmeno come titolo di un libro. I libri ormai devono avere titoli composti, più musicali, più enigmatici. Più vendibili. Che so, "Il sesto spit", ad esempio. Sarebbe meglio settimo, il numero dispari fa sempre più figo e non impegna con un doppio indivisibile. Poche righe più avanti scopro che il lavoro è stato fatto con un trapano Hilti, niente piantaspit a mano. Nemmeno quello - perDio Willie - anche te. Va bè, tanto in fondo il buco per infilarci il tassello, in un modo o nell'altro, lo dovevano fare lo stesso.
Mi chiedo dove è la notizia, a questo punto.
Sono quasi in fondo all'articolo, le news in internet hanno sempre questa brevità così asettica che a volte mi chiedo se sono i fatti che cercano di propria iniziativa di accadere in forma didascalica; oppure se è per la necessità di riassumere i fatti in poche righe che storie da conoscere e da capire leggendo libri interi, per una vita intera, vanno perse per strada . Riprendo a leggere: "Fa riflettere questa notizia." Vero. Proseguo, siamo al fondo: "Ciò che ci sembra certo è che non saranno 6 spit a rendere l'Everest più facile o meno pericoloso, e questo vale soprattutto per gli “alpinisti” improvvisati." Perchè, per gli altri no? Mi faccio uno schema e cerco di capire.
Continuo, frase di chiusura: "Come è sicuro d'altra parte che a livello simbolico questi 6 spit mettono il sigillo (almeno sull'Everest) ad un'epoca. Un'epoca per la verità che sulla più grande montagna della terra sembra ormai essersi chiusa da molto tempo." Il ragionamento sulla carta (pardon, sullo schermo) non fa una grinza: l'alpinismo vero è già morto da un pezzo, in effetti. Il giornalismo di montagna, inclusi i Club Scrittori di Montagna, i Cardi d'Argento ed i Filmfestival finanziati dai soldi pubblici delle Regioni Autonome, anche.
Quattro anni fa, per l'esattezza il 14 maggio 2005, un Ecureuil AS350B3della Eurocopter pilotato da Didier Delsalle nel corso di un test di volo in altissima quota, è atterrato in cima all'Everest. Senza autorizzazione ufficiale del Governo Nepalese, dettaglio curioso. Come se un elicottero nepalese atterrasse in cima alla Cupola di S.Pietro senza permesso, per dire. E i giornali tacessero. I fatti non sono un mistero, c'è anche un video in rete.
Voi in questi quattro anni avete letto qualcosa di questo atterraggio sulle riviste di montagna? Qualche news nei siti internet italiani? Visto o sentito giornalisti indagare, chiedere spiegazioni, andare a fondo della cosa?
L'alpinismo di scoperta e il giornalismo di montagna sono virtualmente morti insieme, nello stesso giorno, il 14 maggio 2005. Peccato che buonaparte degli alpinisti e dei giornalisti di montagna fossero intenti a masturbarsi la mente con questioni etiche di portata ridicola.
Tipo i sei spit sull'Everest, appunto.
P&P.
Emilio Previtali
mercoledì 22 aprile 2009
LA MIA LINEA
Ci sono montagne che puoi fissare per ore intere, per giorni o settimane e ti sembrano sempre uguali, immobili, remote. Lontane. Le guardi dalla cima alla base, fai scivolare lo sguardo lungo le linee più logiche, tra luce ed ombra, scendendo dall'alto in basso. Queste montagne sembrano essere nient’altro che fotografie su cui si disegnano linee immaginarie nella mente. Fino a quando le osservi da lontano, certe pareti, è difficile comprendere che sono una cosa vera. Poi cominci a immaginare di essere lì, di curvarci sopra, di sentire i piedi scorrere da un lato all'altro di un canale o di muoverti in neve profonda sopra una spina, oltre una roccia o di sparire dietro un cliff da affrontare a tutta velocità. Cerchi la tua linea, e quando finalmente riesci a trovarla, a disegnarla nella mente e poi finalmente a sciarci sopra, pensi veramente che quella sia la tua linea.
Quella sensazione inconscia e primordiale di conquista, di possesso, di dominio è una delle cose più affascinanti e misteriose dello sci in neve fresca e credo dipenda in gran parte dalla proprietà della neve vergine di saper registrare il passaggio di un uomo o di una donna sotto forma di tracce. Scendi fino in fondo a un pendio, ti fermi, ti giri e vedi la tua linea. Ti senti vivo. Scii, dunque esisti. In fondo è questa la magia del freeriding, che tu sia pro oppure principiante: fare la tua traccia. Ed è facile ubriacarti con questa sensazione, confonderti nell'illusione che quella linea, la linea che tu hai immaginato e percorso, rappresenti la storia stessa della montagna. Basta una nevicata oppure un po’ di vento o il caldo della primavera per ritornare alla realtà, al vero ordine delle cose stabilito dalla Natura. Questa confusione, questo disordine emotivo è un problema di prospettive e di senso del possesso. Ti fotte sempre il senso del possesso, se non ci stai attento. Serve distacco.
Percorrere una linea perfetta non significa, farsela. E farsela, non significa averla. Puoi concatenare qualche curva veloce, saltare qualche cliff e lasciare correre gli sci o la tavola sulla linea di massima pendenza fino a fermarti in piano. Bello. Ma quello è niente. Una linea perfetta su una grande parete è una combinazione di opzioni infinite, una questione di punti di vista, di sensibilità. Di fiuto. Di interpretazione. Di stile. Una big line è l’intersecarsi di ombre e di luci, il fondersi del coraggio e della paura, il dubbio di non sopravvivere e insieme quello di non sentirti mai nato per non averci mai provato nemmeno una volta a spalancare tutta la manetta del gas andando giù dritto da una montagna per capire cosa si sente. Sciare una linea perfetta significa essere sciato dalla montagna. E’ lei che scia te, non il contrario. Sciare bene significa leggere la contropendenza che si diluisce in un pendio aperto o in una serie di pillow. Significa utilizzare il terreno, comprenderne le forme, muoversi in modo sempre nuovo, dinamico, fluido, continuo. Sciare è soltanto una scusa, un esercizio della mente, una direzione verso cui tendere. Non è un gioco di muscoli né una questione di forza o di velocità. Sciare è fantasia, ritmo, creatività, coraggio. E poi passione, dedizione e metodo.
Esattamente come fare una rivista. Questo è il mio ultimo editoriale e quelle che seguono sono le ultime ottanta pagine della mia storia con FREE.rider. Non ho la pretesa di pensare che quella che mi sono sforzato di raccontare fin qui, in 31 numeri del giornale, sia anche la vostra storia. Non ho la pretesa di pensare che questo progetto che ho ideato, immaginato, e cercato di fare funzionare mettendoci l’anima rappresenti la big line lungo la quale si è mosso il freeriding italiano negli ultimi dieci anni. La mia è stata, semplicemente, una linea. Una delle tante possibili. Fate finta che ora ci sia nevicato sopra un’altra volta ancora. Pendio vergine, prima traccia da fare. Che ognuno immagini la propria linea, il gioco ricomincia.
Peace & Powder.
Emilio Previtali
Quella sensazione inconscia e primordiale di conquista, di possesso, di dominio è una delle cose più affascinanti e misteriose dello sci in neve fresca e credo dipenda in gran parte dalla proprietà della neve vergine di saper registrare il passaggio di un uomo o di una donna sotto forma di tracce. Scendi fino in fondo a un pendio, ti fermi, ti giri e vedi la tua linea. Ti senti vivo. Scii, dunque esisti. In fondo è questa la magia del freeriding, che tu sia pro oppure principiante: fare la tua traccia. Ed è facile ubriacarti con questa sensazione, confonderti nell'illusione che quella linea, la linea che tu hai immaginato e percorso, rappresenti la storia stessa della montagna. Basta una nevicata oppure un po’ di vento o il caldo della primavera per ritornare alla realtà, al vero ordine delle cose stabilito dalla Natura. Questa confusione, questo disordine emotivo è un problema di prospettive e di senso del possesso. Ti fotte sempre il senso del possesso, se non ci stai attento. Serve distacco.
Percorrere una linea perfetta non significa, farsela. E farsela, non significa averla. Puoi concatenare qualche curva veloce, saltare qualche cliff e lasciare correre gli sci o la tavola sulla linea di massima pendenza fino a fermarti in piano. Bello. Ma quello è niente. Una linea perfetta su una grande parete è una combinazione di opzioni infinite, una questione di punti di vista, di sensibilità. Di fiuto. Di interpretazione. Di stile. Una big line è l’intersecarsi di ombre e di luci, il fondersi del coraggio e della paura, il dubbio di non sopravvivere e insieme quello di non sentirti mai nato per non averci mai provato nemmeno una volta a spalancare tutta la manetta del gas andando giù dritto da una montagna per capire cosa si sente. Sciare una linea perfetta significa essere sciato dalla montagna. E’ lei che scia te, non il contrario. Sciare bene significa leggere la contropendenza che si diluisce in un pendio aperto o in una serie di pillow. Significa utilizzare il terreno, comprenderne le forme, muoversi in modo sempre nuovo, dinamico, fluido, continuo. Sciare è soltanto una scusa, un esercizio della mente, una direzione verso cui tendere. Non è un gioco di muscoli né una questione di forza o di velocità. Sciare è fantasia, ritmo, creatività, coraggio. E poi passione, dedizione e metodo.
Esattamente come fare una rivista. Questo è il mio ultimo editoriale e quelle che seguono sono le ultime ottanta pagine della mia storia con FREE.rider. Non ho la pretesa di pensare che quella che mi sono sforzato di raccontare fin qui, in 31 numeri del giornale, sia anche la vostra storia. Non ho la pretesa di pensare che questo progetto che ho ideato, immaginato, e cercato di fare funzionare mettendoci l’anima rappresenti la big line lungo la quale si è mosso il freeriding italiano negli ultimi dieci anni. La mia è stata, semplicemente, una linea. Una delle tante possibili. Fate finta che ora ci sia nevicato sopra un’altra volta ancora. Pendio vergine, prima traccia da fare. Che ognuno immagini la propria linea, il gioco ricomincia.
Peace & Powder.
Emilio Previtali
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